Il ponte meloniano dei sospiri europei

Durante il periodo dell’esplodente berlusconismo, mia sorella Lucia mi raccontò di avere incontrato casualmente un esponente locale del CCD, rifugio di ex-democristiani in ceca di  sera dorotea, partito moderato che appoggiava Forza Italia. Conoscendolo, si permise di chiedergli provocatoriamente come mai dalla DC fosse approdato a Berlusconi. La risposta fu di quelle che fanno penosamente sorridere: «Sai Lucia, noi del CCD abbiamo come scopo quello di condizionare Berlusconi…». Mia sorella lo interruppe bruscamente in dialetto (certe battute non possono essere espresse o tradotte in italiano): «Co’ fät? Ma lasa pèrdor! At salut…».

Non mi soffermo ulteriormente su questo gustoso e pittoresco episodio. Ne faccio invece una similitudine con la velleitaria intenzione di Giorgia Meloni di fare da ponte fra Trump e l’Europa, in poche parole di condizionare Trump per arginarne la sua verve antieuropea. Mia sorella apostroferebbe la nostra premier con le stesse parole di cui sopra: «Co’ fät? Ma lasa pèrdor! At salut…».

E pensare che qualcuno ci crede e ci vota… Buttiamola in ridere per non piangere. Nel condizionamento statunitense si cimentarono nel passato fior di politici italiani, democristiani e non: ci riuscirono assai poco. Aldo Moro, l’unico che ebbe l’ardire di battere questa strada senza paura, la pagò cara!

Dopo aver letto dell’auto-investitura meloniana a fare da trait d’union fra Usa e Ue, ho immaginato il caustico commento di mio padre: «Pù che da pónt, la Meloni la farà da virgola…».

Concludo con lo spontaneo ricordo di una simpaticamente macabra gag che in un certo senso si attaglia al caso. «Parlèmma ‘d robi alégri» intimarono gli amici di mio padre alla compagnia in vena di discorsi penosi: uno di loro, accettando il perentorio invito, rispose: «Co’ costarala ‘na càsa da mòrt?».