Kristi Noem ha scelto lo sfondo con cura: una delle maxi-celle dove decine di detenuti restano ammassati 24 ore al giorno. Alle spalle, dietro le sbarre, spunta un gruppo dei 238 venezuelani deportati in Salvador il 16 marzo, con le teste rasate e senza maglietta, in modo da mostrare i tatuaggi. Un dettaglio quest’ultimo non casuale: i disegni sulla pelle – secondo le accuse di familiari e organizzazioni per i diritti umani – sono stati esibiti come “prova” dell’appartenenza dei migranti alla gang Tren de Aragua. Con un berretto calato sul volto e al polso un orologio di lusso in bella vista, la ministra alla Sicurezza Usa si è piazzata davanti alle sbarre per registrare il proprio video-messaggio subito diffuso su X: «Se venite nel nostro Paese illegalmente, questa è una delle conseguenze che potrebbe accadervi. Sappiate che questa struttura è a nostra disposizione e non esiteremo a utilizzarla se commetterete crimini contro il popolo statunitense». Poi, guardando fisso verso la camera, ha concluso: «Se non ve ne andrete, vi daremo la caccia, vi arresteremo e vi metteremo in questo carcere salvadoregno». La prigione in questione è il Cecot, il maxi-penitenziario anti-terrorismo, offerto dal presidente Nayib Bukele all’alleato Donald Trump al costo di 20mila dollari l’anno per detenuto. Non è, però, solo una questione di soldi. Il leader salvadoregno, che ha messo in carcere l’1 per cento della popolazione e governa in permanente stato di emergenza, sa che “l’amicizia” del vicino è preziosa. Da qui l’accordo di cooperazione in materia di sicurezza firmato con Noem appena dopo il video. Quest’ultimo ha aggiunto nuove polemiche a una vicenda già incandescente. L’espulsione dei venezuelani è avvenuta nonostante lo stop dei giudici e senza fornire segni concreti del legame dei deportati con il Tren de Aragua. (da “Avvenire” – Redazione Esteri)
Posso azzardare un parallelismo? Questa è la politica di deterrenza da adottare per scoraggiare l’immigrazione? Non c’è una grande differenza con i centri allestiti dal governo italiano in Albania. Non sto a sottilizzare, sempre di lager si tratta! E non mi si dica che questo è un modo per gestire il fenomeno migratorio, per scoraggiare le migrazioni al buio. Questo è un modo per calpestare i diritti delle persone: punto e basta!
Non c’è sicurezza da garantire, legalità da difendere, finanche criminalità da combattere. I migranti non sono bestie da cui guardarsi, da trasferire da un lager all’altro, persone a cui dare la caccia.
Se è vero come è vero che non si possono accogliere tutti i potenziali migranti e che occorre selezionarli, accoglierli e integrarli in modo intelligente, è altrettanto vero che non bisogna esorcizzarne l’arrivo in modo barbaro, né tanto meno procedere sbrigativamente alla loro espulsione, né ancor meno criminalizzarli genericamente e trattarli come delinquenti.
O siamo in grado di considerare il fenomeno migratorio come una realtà da affrontare nel rispetto delle persone e dei loro diritti, oppure ripieghiamo sulle minacce, sui fieri accenti, sui venti razzisti, sulle deportazioni di massa, sulle intolleranze etniche, sugli schiavismi.
La gestione dell’immigrazione (innegabilmente un tema complicato e di quasi impossibile soluzione), infatti, richiede razionalità e concretezza e non sarà mai vincente se si affiderà all’arbitrio e alla negazione dell’inderogabile rispetto di ogni persona. Per una simile strada, come è dimostrato, si possono solo ottenere (pseudo) risultati mediatici, ma mai veri passi avanti. (Gazzetta di Parma – L’opinione di Giorgio Pagliari)
Spesso sento dire che certe zone urbane c’è da aver paura a percorrerle anche in pieno giorno, tanta la criminalità che in esse si annida. Tutta colpa dei migranti clandestini, sfaccendati e portati a delinquere!? Non sono d’accordo: il discorso è molto complesso e non mi sento di restringerlo al mero forzato contenimento della presenza dei migranti.
Attenzione, perché se partiamo da questi presupposti, ha ragione la ministra alla sicurezza Usa, ha ragione il governo Meloni che spaccia le lucciole dei lager albanesi per le lanterne di una gestione del fenomeno migratorio, ha ragione chi, come Trump, vuole ridurre l’umana convivenza alla prepotenza dei forti verso i deboli.