Non sono mai stato un ammiratore di Romano Prodi per due concomitanti ragioni. Da un politico di sinistra esigo un’esperienza esistenziale vissuta sulla propria pelle, mentre invece Prodi è stato sbrigativamente intronizzato leader della sinistra pur di avere a tutti i costi un’alternativa a Silvio Berlusconi. D’altra parte, laddove manchi in tutto o in parte il carisma socio-politico, bisognerebbe che venisse in soccorso quello culturale e scientifico: Romano Prodi non ha il livello, tanto per fare un esempio, di un Beniamino Andreatta, quindi era, è e rimane un leader a metà, una sorta di “visconte dimezzato” della sinistra italiana.
Questo mio (pre) giudizio trova preciso riscontro nelle argomentazioni messe recentemente in campo da Romano Prodi e contenute in una intervista rilasciata al quotidiano “Avvenire” (Arturo Celletti). In essa sono automaticamente evidenziati i limiti di cui sopra, sintetizzabili in un europeismo di maniera e di risulta coniugato con un idealismo assai poco coinvolgente. Mi permetto di seguito di riportarne alcuni passaggi, aggiungendo le mie sofferte riflessioni.
Se gli Stati Uniti chiudono, l’Europa dovrà cominciare a considerare tutto il mondo come il mercato alternativo. Penso a un grande salto in avanti. Penso alla Cina, all’India e ad altri interlocutori come l’Africa e l’America Latina.
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L’Europa è un pane meraviglioso, ma è ancora mezzo crudo. Non soddisfa. Non piace. E allora o decide di cuocersi definitivamente o il rischio è mortale.
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Gli avvenimenti di questi giorni affrettano le decisioni. Certo non è possibile che noi scriviamo il menù e a tavola si siedono russi e americani. Non è possibile che ancora ci sia chi non capisce che solo se siamo insieme abbiamo un futuro grande. Abbiamo una prospettiva luminosa. Abbiamo la forza per rientrare nel gioco. Ripeto che è una questione vitale: o stiamo insieme o sarà un futuro tristissimo per la politica e per l’economia
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L’Europa ha un immenso patrimonio di welfare, di diritti. Ma oggi la sfida è anche quella di sostituire l’ombrello americano con quello europeo. Per anni l’America ci ha riparato dalla grandine, ora è il momento di farci il nostro ombrello. Penso a un lungo e indispensabile cammino verso la difesa comune. Penso a risorse aggiuntive che vengano progressivamente messe insieme da tutti i Paesi Ue. Penso a risorse spese in modo coordinato e unito. Se aumentiamo le spese militari senza organizzare una politica estera e una difesa comune, sono soldi buttati via. Insomma, ottanta anni di pace sono stati garantiti anche dalla nostra adesione alla Nato e dall’ombrello americano che, chiudendosi, ci impone di attrezzare e predisporre un comune sistema di difesa.
Se l’Europa pensa di rilanciarsi adottando una realpolitik pseudo-bellicista sbaglia di grosso: il bellicismo c’è già chi lo sa fare molto meglio di noi. Dobbiamo avere il coraggio di voltare pagina, non limitandoci a scopiazzare quelle altrui. Non si possono mettere assieme le pere riarmiste della narrazione in voga (seppur confezionate in modo accattivante) con le mele pacifiste offerte una tantum al mercatino popolare.
Riarmo è una brutta immagine. Pensata solo da chi non capisce lo spirito della gente. Io avrei usato altre parole. Difesa. Protezione. Sicurezza. Libertà. Ma quanti errori… Abbiamo affrontato la questione dividendo e isolando il mondo pacifista. Quando invece bisognava spiegare la forza della parola “difesa”. Il tema non può essere “armi sì-armi no”, il tema è che l’Europa in questo momento non viene riconosciuta. Prodi non è guerrafondaio. La bandiera della pace la sventolo anche io. Anzi, l’ho sempre sventolata. Prima di tutte le altre bandiere. Ma se si isola il problema dell’esercito da tutti gli altri, non facciamo un buon servizio al futuro. Se non si capisce che il tema difesa va declinato accanto al tema economia, al tema salute, al tema istruzione, non si riesce a guardare avanti. E, in questo momento, guardare avanti vuole dire anche immaginare un’Europa che abbia voce in capitolo.
Ma veniamo ad un futuro coinvolgente che dovrebbe buttare il cuore oltre l’ostacolo dopo averlo scaldato a dovere. Non c’è nelle parole di Prodi un pathos di livello, ma solo uno stucchevole e scontato richiamo all’impegno democratico e partecipativo.
Servono proposte innovative. Servono proposte che emozionano. Che prendono il cuore. Perché c’è metà del Paese che non va più a votare. E perché i giovani non si convincono con proposte in contrasto tra loro.
In conclusione: poco contenuto politico al di là dell’europeismo di facciata; poca spinta ideale e sociale al di là della mozione degli affetti; poca visione strategica al di là di un “si salvi chi può” che assomiglia molto ad un novello “armiamoci e partite”.
Purtroppo la carenza di leadership, che caratterizza il panorama europeo, non si colma con i fervorini prodiani, con la mobilitazione improvvisata contro lo slogan “autoritarismi di tutto il mondo, unitevi” e nemmeno facendosi dettare tempi e modalità dalla paura di essere emarginati. La casa europea non si difende con l’illusionistico e secondario antifurto delle armi, ma con la prioritaria, paziente e vigilante opera di rafforzamento della solidità strutturale.