Sono perfettamente consapevole di nutrire un concetto aristocratico della politica, che, a mio giudizio, è un po’ come la musica: o la si capisce oppure è meglio lasciar perdere. Non è una questione di erudizione e/o di mera concordanza di idee, ma piuttosto di sensibilità e di sintonia culturale (oserei dire esistenziale). Mi raccontava mia sorella Lucia, peraltro molto appassionata di musica classica, di essere incappata nel pregiudizio di un monaco musicista, il quale, prima di aprire con lei ogni e qualsiasi discorso inerente la musica, si informò accuratamente sulla sua competenza in materia e, solo dopo avere avuto abbondanti rassicurazioni da fonti autorevoli, avviò la discussione.
L’operazione Ventotene, messa in atto dalla Presidente del Consiglio, sembra ispirata da un misto di arroganza, malafede e smaccata ignoranza. Citare, come ha fatto Giorgia Meloni, il Manifesto di Ventotene in quella maniera è come citare il Vangelo dove leggiamo, tra le altre cose, «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada» (Mt 10,34) e concludere che Gesù è un estremista guerrafondaio.
È chiaramente una provocazione, una mossa strumentale che può avere presa su molti, purtroppo, in particolare su chi non conosce la storia del nostro Paese e la vita di coloro che hanno redatto quel manifesto. Erano dei giganti che Mussolini codardamente aveva condannato al confino per paura delle loro idee. Idee che per fortuna e grazie al loro coraggio e a quello di Ursula Hirschmann e Ada Rossi superarono i confini dell’isolotto e cambiarono la storia. (dal quotidiano “Avvenire” – Vittorio Pelligra)
Purtroppo, in questo sciagurato periodo, mi imbatto sempre più in quel misto di arroganza, malafede e smaccata ignoranza di cui alla precedente citazione. Ecco perché scatta in me una sorta di repulsione rispetto al dibattito in corso, una triste sensazione di perdere tempo, di non cavare un ragno dal buco: non è questione di opinioni, ma di impossibilità a dialogare con chi non ha opinioni, ma soltanto argomenti da sparare alla boia. È come parlare non tanto fra sordi, perché al limite ci si può intendere a gesti, ma fra persone che testardamente usano il linguaggio della pancia elettorale e nulla più.
Sempre più rare sono le occasioni serie per affrontare i gravissimi problemi che ci coinvolgono: non ce la faccio più. Lo so benissimo, sarò accusato di essere presuntuoso, ma, quando vedo le sorti italiane in mano ad una sedicente governante che spara cavolate a raffica, mi sento umiliato e devo reagire col silenzio, facendo il mio dovere (come dice Massimo Cacciari), l’unica cosa che mi rimane.
E cos’è e qual è il mio dovere? Testimoniare nei fatti quotidiani la vocazione ad essere artigiano di pace ed il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace (è la preghiera scritta dal Cardinale Zuppi).
Basta? Non lo so! E la politica? La lasciamo a Giorgia Meloni e a chi, direttamente o indirettamente, le porta il lume? A chi è d’accordo con lei o snobisticamente non ritiene di cadere in certe trappole polemiche? Scendiamo in piazza? Forse serve ancora a qualcosa: a fare incazzare la Meloni e a farla straparlare. Michele Serra con il suo appello alla piazza un risultato lo ha ottenuto: togliere la maschera europeista a chi ritiene l’Europa un fastidioso orpello culturale, storico e politico, polemizzando a distanza con i veri europeisti di Ventotene (con loro non si possono raccontare balle come si fa con Macron e c. o come ancor peggio, si fa con Trump e c.)
Dopo la bagarre scoppiata in Aula alla Camera dei deputati e la rivolta delle opposizioni per le parole provocatorie di Giorgia Meloni sul Manifesto di Ventotene, ad attaccare la premier è stato anche il dem Federico Fornaro: “Non è accettabile fare la caricatura di quegli uomini. Lei presidente Meloni siede in questo Parlamento anche grazie a loro, questo è un luogo sacro della democrazia e noi siamo qua grazie a quei visionari di Ventotene che erano confinati politici. Si inginocchi la presidente del Consiglio di fronte a questi uomini e queste donne, altro che dileggiarli. Vergogna”. (da “Il Fatto Quotidiano)
Ebbene devo ammettere che, ascoltando Fornaro, mi sono venuti i brividi, mi sono commosso: beato lui che ha la possibilità concreta e il coraggio di gridare la propria indignazione. Vorrei tanto fare come lui…
Sono tornato con la mente alle animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica: agli inizi degli anni novanta constatavamo che alla politica stava sfuggendo l’anima, se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti: dopo il craxismo, che aveva intaccato le radici etiche della democrazia, venne il berlusconismo a rivoltare il sistema creando un vero e proprio regime, in cui siamo ancora invischiati ed immersi fino al collo a livello nazionale ed internazionale.
Torno in conclusione al concetto “musicale” da cui sono partito. Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente permaloso di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Probabilmente di fronte alle penose performance di Giorgia Meloni aggiungerebbe: “L’am fa compasión…”.