La bella trattativa si vede dalla telefonata

Vladimir Putin ferma gli attacchi alle centrali in Ucraina per trenta giorni, acconsente a liberare 175 prigionieri di guerra ucraini (in cambio di altrettanti soldati russi) e accetta di tornare quanto prima ai negoziati di pace (probabilmente in Arabia Saudita). Donald Trump prenderà in «considerazione» di mettere fine agli aiuti militari e alla condivisione dell’intelligence di Washington con Kiev, oltre a imporre la fine della mobilitazione forzata in Ucraina: tutte condizioni chiave poste dal presidente russo per la ripresa dei colloqui. Nel frattempo, il capo della Casa Bianca e quello del Cremlino organizzeranno almeno una partita di hockey fra Usa e Russia negli Stati Uniti. La lista delle decisioni concrete prese nel corso dell’attesissima telefonata sulla pace in Ucraina fra i leader russo e americano – durata oltre due ore – è corta, e comprende un gesto altamente simbolico della «normalizzazione delle relazioni bilaterali» tra Mosca e Washington che il Cremlino insegue dall’insediamento di Trump e ieri ha enfatizzato come fondamentale risultato del colloquio. Un ripristino di un’amicizia “alla pari” che concede a Putin il riconoscimento dello status della Russia come grande potenza al pari degli Stati Uniti. Non a caso il comunicato emesso da Mosca alla fine della chiamata sottolinea la «responsabilità condivisa di Russia e Stati Uniti per la stabilità nel mondo» e la discussione «del Medio Oriente come di una regione nella quale avviare una cooperazione per prevenire futuri conflitti». Una promozione per Mosca, che da quando ha invaso la Crimea è considerata un paria dalla comunità internazionale, e anche un’alleanza in vista di una sorta di nuova Yalta, una spartizione del potere mondiale che passa attraverso la negoziazione bilaterale della fine del conflitto iniziato da Mosca. Per ora i contatti fra Trump e Putin non hanno portato a una vera e propria divisione dei territori o delle risorse ucraine. Ma le basi sono già state poste. Dal quotidiano “Avvenire” – Elena Molinari)

C’era da aspettarselo, la prospettiva era chiara fin da prima delle elezioni americane: spartirsi il mondo che fa da spettatore della spartizione stessa. Ci sono due incognite nell’equazione: la Cina e la Ue. Paradossalmente spero più nel potere di interdizione della Cina che in quello dell’Unione europea.

Un certo qual multilateralismo ci dava l’illusione che i rapporti fra gli Stati fossero comunque discutibili e inquadrabili in un contesto di coesistenza pacifica. La maschera è caduta e siamo tornati alla peggiore delle logiche spartitorie.

Non vedo vie d’uscita, anche perché l’Europa non ha nessuna intenzione di rompere le uova nel paniere di Trump e l’antesignana di questo omertoso atteggiamento è proprio l’Italia.

Anche la velleitaria intenzione di mettere tutto sul piano della potenza militare mi fa sorridere: è ridicolo rispondere all’invito “autoritarismi di tutto il mondo, unitevi” con quello dei “vasi di coccio di tutta Europa armatevi”.

Abbiamo tanto sproloquiato sulla difesa a tutti i costi dell’Ucraina, salvo mollarla nel momento decisivo in cui verrà presa per i fondelli. Non si poteva trattare perché doveva arrivare chi sa trattare.

Tutti dicono che finalmente si intravede uno spiraglio di pace, la narrazione è questa! Come ho già avuto modo di scrivere, si tratta della pace dei sepolcri, con gli europei a fare opportunisticamente la parte dei sepolcri imbiancati. Che schifezza!

Un tempo, quando i rapporti fra gli Stati si potevano ancora mettere in discussione, si sarebbe detto che è meglio una cattiva pace di una buona guerra. Oggi il discorso si è impreziosito: c’è rimasta solo una cattiva pace che è anche una pessima guerra.