Confesso che faccio sempre più fatica ad interessarmi alla politica: la vedo finita secondo i miei schemi…
Anche il filosofo Massimo Cacciari dall’alto del suo snobistico scetticismo, giunto all’apice della sua analisi catastrofista, ammette che non resta da fare altro che il proprio dovere.
Spero possa succedere comunque qualcosa che mi costringa a tornare alla politica, attualmente tutto mi allontana…
Ci sono due aspetti fuorvianti, nel pur giustificato desolante quadro dibattimentale, che rischiano di portare acqua al mulino della disinformazione e del disimpegno. Ad una narrazione “comodamente” appiattita sull’esistente fa riscontro una bartaliana contro-analisi dell’è tutto sbagliato e non si può nemmeno tentare di rifarlo.
I due punti cardine dell’acuto e dotto scetticismo paralizzante sono, da una parte, la sottovalutazione del passato ideologico anti-fascista, e dall’altra parte la sopravvalutazione di una sorta di inesorabile realpolitik a cui non è possibile opporsi tanto appare stringente ed avvolgente.
I richiami all’antifascismo, all’antinazionalismo, relegati nella soffitta dei ricordi, tolgono la giusta dimensione storica al presente sganciandolo dal passato in funzione di uno spregiudicato futuro.
Gli esempi si sprecano, ultima la sussiegosa reazione al distruttivo remake ventoteniano: non si doveva cadere nella trappola polemica meloniana per guardare alle problematiche del presente, come se l’europeismo fosse una pratica odierna da sbrigare alla faccia della storia.
Non accetto questo subdolo e colto (?) revisionismo dove tutti i gatti sonobigi: la vogliamo capire o no che i pericoli nazi-fascisti, coniugati soprattutto con le spinte autoritariamente nazionalistiche, sono molto presenti e non vanno liquidati con una presuntuosa alzata di spalle?
Il secondo paralizzante punto riguarda, invece e pure, lo sconfortante rifiuto ad affrontare le situazioni considerate come tegole che cadono da edifici senza tetti. Anche qui gli esempi non mancano: l’inerzia europea vista come una sorta di condanna, la mancanza di prospettive internazionali di coesistenza pacifica subita senza battere ciglio, l’assoluta sfiducia nella diplomazia ritenuta un’ostruzionistica perdita di tempo.
A questo punto o ci si accoda alla narrazione guerrafondaia prevalente o ci si rifugia nello splendido isolamento devitalizzante. Personalmente rischio grosso chiamandomi fuori dalla situazione. Bisognerebbe avere la pazienza di una terza via.
Conversando con un carissimo amico, ho ipotizzato un’impostazione culturale innovativa partendo da tre eventi significativi: la piazza europeista di Michele Serra, la ricostruzione culturale europeista di Roberto Benigni e la proposta rifondativa del cardinale Matteo Zuppi, già avanzata durante la Settimana Sociale di Trieste, di “una Camaldoli europea”, con partecipanti da tutta Europa, per parlare di democrazia ed Europa.
Forse potrebbe essere un ulteriore voltata di pagina in senso europeistico così come, in un certo senso, già auspicato da Altiero Spinelli. E se l’euroscetticismo di Giorgia Meloni usato come un fioretto per infilzare la democrazia, diventasse l’europeismo brandito come una clava (l’unica!) per rilanciare la democrazia?
È pur vero che si può vivere con impegno anche senza fare i conti con gli assetti politici. Nel ’68 sostenevo, come tanti della mia generazione, che tutto era politica, oggi tendo a sostenere che tutto è fede e impegno cristiano. Mi iscrivo al partito di Serra, Benigni e Zuppi…