Mentre ieri a Parigi si riuniva il Nutrition for Growth Summit, vertice dedicato alla nutrizione del pianeta, nuove stime diffuse da un gruppo di esperti su Nature hanno evidenziato quanto l’improvviso stop agli aiuti avrebbe conseguenze letali per anni a venire. Oltre all’annunciato smantellamento di Usaid, anche altri tra i principali donatori occidentali hanno manifestato l’intenzione di diminuire i loro impegni, dal Regno Unito (-40%) alla Francia (-37%), dai Paesi Bassi (-30%) al Belgio (-25%). In totale questi tagli equivarrebbero a un calo del 44% rispetto agli 1,6 miliardi di dollari donati nel 2022 all’Oms sul fronte degli obiettivi per la nutrizione. La malnutrizione acuta grave, sottolineano gli esperti, è la più letale forma di malnutrizione: è responsabile fino al 20% della mortalità infantile e colpisce 13,7 milioni di bambini ogni anno nel mondo.
Una diminuzione globale – come annunciato di 704 milioni di dollari per i programmi contro la fame si tradurrebbe in un calo di 290 milioni per trattamenti contro la malnutrizione acuta grave. Vorrebbe dire uno stop ad interventi in favore di 2,3 milioni di bambini nei Paesi a medio e basso reddito, con il rischio di ulteriori 369mila morti l’anno tra i bambini sotto i 5 anni, morti che si potrebbero invece prevenire. Il solo stop di Usaid lascerebbe un milione di bambini senza accesso ai trattamenti, con la morte di 163.500 bambini. (da “Avvenire” – Paolo M. Alfieri)
Ricordo che mio padre, con la sua solita e sarcastica verve critica, di fronte agli insistenti messaggi statistici sulla morte di un bambino per fame ad ogni nostro respiro, si chiedeva: «E mi alóra co’ dovrissja fär? Lasär lì ‘d tirär al fiè?». Lo diceva forse anche per mettere fine ai pietismi di maniera che non servono a nulla e vanno molto di moda.
Un conto però sono i pietismi pubblicitari, un conto è la realtà che si sta profilando in conseguenza dell’ondata egoistica mondiale guidata dagli Usa di stampo trumpiano: i rapporti impostati sulla forza, una sorta di colonialismo riveduto e scorretto, un tutti contro tutti all’insegna del “mors tua vita mea”, un globalizzato “chi fa per sé fa per tre”.
«Amare, nella sua radice sanscrita kam, significa desiderare. Non è semplice tolleranza o indifferenza alla differenza. Non è subire, ma agire in modo nuovo, diventare artigiani di pace» (Chiara Giaccardi). Non si tratta di reagire, ma di cambiare le regole del gioco, sostituendo alla violenza qualcosa di più forte e duraturo: la non-violenza efficace, come diceva Simone Weil. E allora, che c’entra l’amore? Si può davvero costruire il bene senza amare il nemico? Comincio a credere che sia, più che questione di morale o di buona volontà, soprattutto di sopravvivenza umana. Che amare il proprio nemico non sia solo un gesto di bontà, ma una necessità. È questa la sfida radicale del Vangelo: non basta smettere di odiare, bisogna persino fare del bene a chi ci avversa. Solo così nasce la pace: dura, difficile, ma possibile. D’altronde, se amiamo solo chi ci ama, che merito ne abbiamo? “Amate i vostri nemici” è forse il proposito più difficile di tutto il Vangelo. Perché “nemico” non è una parola qualunque: porta con sé sofferenza, offese, rabbia, rancore. È un comandamento che scandalizza, perché ci spinge fuori dalla nostra zona di conforto, oltre ciò che ci appare logico e ragionevole. Eppure, proprio lì, in quell’apparente follia, potrebbe nascondersi la più grande rivoluzione possibile. (da un’omelia di don Umberto Cocconi)
E allora torno da mio padre, che combatteva aspramente la grettezza d’animo, la meschinità e la tirchieria. Nelle sue colorite espressioni, ricordo come rifiutasse la logica dell’avaro: «S’a t’ tén sarè la man, a ne t’ cäga in man gnanca ‘na mòsca». Non sopportava le mentalità chiuse, quanti non sapevano guardare oltre il proprio naso: «Bizoggna volär ält, a stär bas as fa sémpor in témp».
Resto in ambito famigliare. Mia sorella andava profondamente in crisi di fronte alle immagini dei bimbi denutriti o morenti: si commuoveva, pronunciava parole dolcissime di compassione e spesso si allontanava dal video non reggendo al rammarico dell’impotenza di fronte a tanta innocente sofferenza. Sì, perché il cuore viene prima della mente, la sofferenza altrui deve essere interiorizzata prima di essere affrontata sul piano della concreta solidarietà e della risposta politica. Sarà quindi il caso di aprire le mani e i portafogli pubblici e privati, di volare alto, non con i satelliti di Elon Musk, ma con il cuore per vedere e soccorrere le miserie di questo mondo.